Dem

Non so perché, ma ogni volta che mi trovo davanti ad un’opera di Dem penso ai fratelli Marx e, nel particolare, alla splendida metafora ideata dal filosofo sloveno Slavoj Žižek che vede in Chico, Groucho e Harpo il ritratto più fedele della triplice partizione della psiche umana (Ego, Superego e Es). Le opere di Dem m’incantano sempre, nell’accezione più genuina d’incanto come qualcosa in cui perdersi come in un labirinto di citazioni, storie, miti e abissi. La sua estetica così lineare ed essenziale quasi stride con la profondità dei suoi contenuti. Immagini criptiche, citazioni vertiginose e personaggi ir-reali sono l’essenza stessa del suo operare in perfetto equilibrio tra razionale e irrazionale. Tra reale e ir-reale. Viene da chiedersi cosa sia nato prima nelle sue opere se la realtà o l’immaginazione. E’ l’immaginazione che ha ispirato la realtà o è la realtà che ha ispirato l’immaginazione? Difficile rispondere a questa domanda senza correre il rischio di perdere la spontaneità di fruizione delle immagini di Dem. Penso che la sua definizione più veritiera sia quella di affabulatore. Un artista che traduce la realtà in favola o, in alternativa, riporta la favola della realtà su tela, muro o scultura. La sua narrazione artistica è un gioco a due prima di tutto con se stesso dove il disegno diventa la rappresentazione concreta di una visione che prende vita dalla realtà per poi seguirne percorsi e diramazioni assolutamente favoleggianti. Per Dem l’arte ha da sempre un fine essenziale, tanto per chi la produce quanto per chi la fruisce, esorcizzare i demoni della società, liberarne il lato più puro e riproporlo sotto il linguaggio immediato e universale dell’arte visiva. E’ questo il motivo che ha spinto l’artista ha dipingere fin da piccolo in strada, tra la gente e nelle vie per raccontarsi in prima persone per condividere i propri demoni con tutti e liberarsene. Un’arte quasi catartica che ha spinto l’artista a dipingere in tutto il mondo e su qualsiasi superficie. In uno dei suoi ultimi lavori fatto a Wroclaw in Polonia, Dem ha dipinto un enorme murales in cui ritrae un’umanizzazione della natura in cui il corpo è fatto di foglie e la testa è intrecciata da profonde radici. In quest’opera c’è molto tanto dell’estetica quanto della filosofia di Dem. A partire dal tratto essenziale e dai colori piatti e squillanti che non lasciano indifferenti i passanti e li costringono a voltare lo sguardo come di fronte ad un grande sole. Così come il tema della natura che è, sempre di più, uno dei punti chiave della dialettica artistica di Dem. Nato come artista di graffiti abituato a confrontarsi con un tessuto urbano e una società meccanica che ci costringe ad un vivere lontano dalle nostre radici, ha trovato nella natura e nelle sue dinamiche il giusto bilanciamento dialettico. “Sono sempre stato affascinato dalle fabbriche abbandonate, mi trasmettono al tempo stesso un senso di poesia e tristezza, come dei relitti della società contemporanea. Nel mio percorso artistico ho dipinto fabbriche, case e interi palazzi cercando sempre di creare un mix di simboli, colori e forme geometriche che si armonizzassero fra loro e, soprattutto, con il contesto di riferimento. Ma è nella natura che trovo la massima espressione dell’uomo e della società”. (cit.) Non stupiscono quindi le ultime sculture dell’artista fatte con materie prime naturali. Foglie, tronchi, rami, radici. Tutti elementi con cui l’artista si è scontrato per caso e di cui è riuscito a vederne il senso nel loro insieme.





