

L’arte di Julien Breton è un grido nel silenzio. Tutto è silenzio. I suoi movimenti, le luci che tagliano l’aria, le parole effimere, il buio che lo avvolge, il lascito fugace della sua ombra, i colori elettrici, la geometria che si dissolve nel nulla. Tutto è un grido. “Le silence écrit. Le silence est cri.” (cit.) Scrivere nel silenzio è un’immersione totale nella concentrazione di ogni singolo gesto che trova la sua espressione nell’atto stesso in cui l’obiettivo della macchina fotografia imprime in un solo scatto la somma complessa dei disegni dell’artista. Uno scatto che si trasforma in un film con un solo fotogramma. Una performance di 8 minuti in un’unica immagine dove l’artista scompare e rimane solo il frutto della sua arte. Assistere all’esecuzione di una sua opera è come spiare un alchimista dal buco della serratura. Si rimane a bocca aperta in silenzio senza sapere tutti quei gesti, quei passi di danza silenziosi, dove porteranno. Per tutta la durata quello che più colpisce è lo sguardo severo e concentrato dell’artista che quasi stride con le curve luminose che si lascia alle spalle, eppure quando l’opera è compiuta, lo sguardo scompare e si perde nel diaframma di una macchina fotografica e ciò che rimane è proprio quello che prima appariva così effimero e confuso. Un fascio di luci perfettamente disegnato nell’aria. Il suo è un dono al territorio che lo circonda. Una danza a due tra l’artista e il paesaggio. Ogni sua opera nasce da una fusione completa con il contesto in cui l’opera si sviluppa. Il senso delle sue scritte, i colori che usa, le forme e tagli di luce, tutto nasce e ritorna nell’attimo in cui viene creato. Un dono fugace che non marchia il territorio ma lo esalta e lo rende unico. La sua arte è una stella cadente in cui l’artista riesce a fondere disciplina e spontaneità, danza e pittura. Le sue opere ricordano molto l’espressionismo astratto e l’arte informale di Georges Mathieu. Se ne percepisce la stessa energia, lo stesso getto di colore, la stessa volontà di tagliare lo sfondo con gesti profondi e precisi. Ma in Julien Breton si ha un ulteriore passo in avanti verso un indirizzo ancora più marcatamente comunicativo e culturale. La sua arte nasce infatti con la volontà di creare un ponte semantico tra cultura araba e cultura occidentale, un linguaggio universale che riesca a trasmettere emozioni andando oltre la parola stessa. Rimanendo però ancorato al campo della calligrafia e quindi dell’alfabeto. I suoi segni sono la sintesi di un significante di stampo arabo e significato di stampo occidentale fuso nel contesto di sviluppo dell’opera. Ogni performance di Julien è infatti pensata per il luogo dove viene realizzata. Ogni opera è un ritratto in versi dell’infinito che lo circonda, perché solo nell’infinito l’artista riesce ad esprimere al meglio la propria arte. “Un foglio bianco è troppo limitato. Dipingere su una tela, per quanto grande, prevede comunque un limite nel quale non mi sento libero di esprimere tutto me stesso. Solo la luce è veramente infinita. Il limite è solo l’aria.” (cit.) Parafrasando Man Ray, precursore del light painting, con la sua arte Julien Breton fotografa quello che non vuole dipingere e dipinge quello che non riesce a fotografare.